Categoria: Contributo

  • IL PRIMO SOGNO: L’INCONTRO TRA IL TERAPEUTA E LA DIMENSIONE ONIRICA GRUPPALE E INDIVIDUALE

    IL PRIMO SOGNO: L’INCONTRO TRA IL TERAPEUTA E LA DIMENSIONE ONIRICA GRUPPALE E INDIVIDUALE

     Tommaso Mangiò, IIPG Milano

    Abstract

    Gli autori analizzano il ruolo del primo sogno all’interno del gruppo o nel setting duale. Esso viene inteso come una iniziale comunicazione di carattere relazionale al gruppo stesso o al terapeuta, un biglietto da visita che introduce fantasie, bisogni, angosce ed eredità transgenerazionali. Esso rappresenta inoltre alcune aspettative sulla terapia, o al sentimento di appartenenza al gruppo in formazione. Il primo sogno, secondo gli autori, contiene in nuce molteplici chiavi di lettura del mondo dei pazienti che possono essere riprese nel corso del trattamento. La narrazione a più riprese di questo sogno, nel corso delle sedute, lo rende un elemento condiviso che può cementare il rapporto terapeutico.

    parole chiave: sogno, terapia, gruppo, inizio

    La nostalgia del primo sogno come “memoria del futuro”

    “Alcuni giorni fa ho fatto un sogno importante di cui volevo parlare, perché ci penso spesso. Eravamo in un pranzo di famiglia e c’erano tutti i miei parenti: mio marito, i miei figli, mia madre, mia sorella e mio cognato. Mia sorella era molto ben vestita e tenuta e mio marito me lo faceva notare dicendomi che invece io mi sto lasciando andare. Mio marito era sano, bello ed in forma come quando stava bene. Mentre preparavamo il cibo nei piatti, la ricetta preferita da mio marito, mia sorella mi diceva di preparare il piatto per lui, ma io pensavo: mio marito non c’è più! Mi sono svegliata di soprassalto agitata”.

    Questo è il primo sogno di un gruppo a conduzione analitica nato e cresciuto in ambito ospedaliero presso un’Unità di Cure Palliative lombarda e composto da familiari di persone decedute.

    Marta, la sognatrice, associa il sogno al pensiero che il marito deceduto recentemente non vorrebbe vederla triste e trascurata come si sente ora. A questa narrazione il resto del gruppo risponde con il silenzio, dicendo di non ricordare quasi mai i propri sogni. Marta introduce poi l’aspetto della fatica e del dolore a separarsi degli oggetti e dai vestiti appartenuti al marito, condivisa dagli altri.

    Penso a questo sogno a partire da una base di perdita dell’oggetto d’amore: le storie ed i vissuti portati nel gruppo si intersecano creando una commistione di aspetti inconsci dei membri e del terapeuta, come parti di un’unità eterogenea. Il silenzio che si affaccia ha a che vedere con il lavoro di “digestione” che il lutto comporta ed il bisogno di uno spazio ed un tempo per elaborarlo. Il sogno di Marta è un sogno del gruppo in stato nascente (nato da pochi mesi) che sta elaborando anche il proprio essere un tutt’uno: nel campo gruppale gli elementi profondi e primitivi vengono giocati attraverso il transfert ed il controtransfert, l’identificazione proiettiva ed introiettiva.

    Nel materiale onirico verbalizzato da un membro del gruppo sono compresenti: elementi sensoriali protomentali nati dal contesto gruppale, il vissuto transferale del singolo nei confronti del gruppo, l’organizzazione mentale dell’individuo e le sue difese di base che ne hanno definito lo sviluppo dall’infanzia. Il sogno, quindi, si forma a partire dalla vita mentale di tutto il gruppo: così eventi fondamentali della vita gruppale (separazioni, paure, nuovi ingressi, dipendenza) sono simbolizzati in sogni che rappresentano i vissuti del singolo e del gruppo, che favoriscono la comprensione della gruppalità interna di ciascuno, rafforzano nei membri il senso di appartenenza e di condivisione di analoghe esperienze emotive (Notarbartolo, 2001). Il gruppo delega, in modo inconscio, un membro a rielaborare il materiale emotivo proiettato nelle sedute mettendo in campo la funzione gamma (Corrao, 1981). Tutti i sogni portati nel corso di un’analisi di gruppo offrono contributi su entrambi i vertici: individuale e gruppale (Neri, 1998).

    Il sogno introduce il tema della perdita attraverso la figura di chi è andato via ed ha portato gli aspetti positivi e le capacità con sé, la sensazione è che sia andato via il meglio e sia rimasto il peggio. In questa seduta appaiono la perdita degli oggetti e l’aggressività, si è parlato anche di svuotare gli armadi, di far uscire di casa i figli, ed emerge anche un sentimento di rivalità. È stato fondamentale sperimentare che anche queste emozioni potessero avere uno spazio dove essere collocate e poterle pensare in gruppo, senza che nulla venga attaccato in modo distruttivo: per questo, dopo i primi periodi, il gruppo ha cominciato a lasciare gradualmente la strada dell’idealizzazione e dell’icona del dolore. Si è potuto cominciare a dirsi che il congiunto era anche imperfetto, si è potuto esprimere la rabbia e l’ambivalenza di chi si è sentito abbandonato, che ogni membro del gruppo aveva provato, provava e negava. Questo solleva dalla colpa e dà diritto di cittadinanza in gruppo anche ai sentimenti negativi e così ogni persona che aveva perso un congiunto non era costretta a rimanere all’”ombra dell’oggetto”, ma poteva esprimere le proprie parti più profonde.

    Il sogno di Marta parla della sua impossibilità a lasciare andare il marito, fa pensare al pasto totemico del quale parla Freud (1913), ai banchetti rituali durante le cerimonie funebri nel Sud Italia in cui l’oggetto perduto viene simbolicamente reincorporato. Grinberg (1971) sottolinea come questo aspetto sarebbe particolarmente presente dopo le esperienze di frustrazione, o abbandono, come tentativo di superare la depressione recuperando il defunto perduto. Il cibo preferito dal marito nel sogno di Marta è un aspetto concreto che rappresenta la qualità dell’assenza: per chi cucinerò questo piatto? Il marito è morto ma non ancora andato via del tutto, è come se in questo modo, in alcuni momenti, fosse ancora lì con lei. Questo introduce alla binocularità della funzione gruppale: si affronta la perdita ed insieme il recupero, si affronta l’idealizzazione legata al dolore per la mancanza, ma anche tutti i sentimenti negativi (come la rabbia, la colpa), potendo tollerare gli aspetti ambivalenti che fanno parte delle fasi importanti della vita.

    Il rito del cibarsi è anche legato alla necessità di rafforzare l’Io debilitato per ricevere forza sul piano fisico, ma soprattutto su quello psichico; il cibo ha inoltre un valore difensivo di fronte alle ansie paranoidi in quanto oggetto buono ed idealizzato che può contrastare il vissuto di vuoto, ma anche le minacce paranoidi che incombono sull’Io. A tale proposito, mi sembra interessante segnalare come durante i primi periodi dall’inizio del gruppo, al termine delle sedute io percepissi delle sensazioni prevalentemente sul versante somatico: sperimentavo un senso di malessere fisico che visualizzavo attraverso un buco nero nello stomaco e sentivo come senso di vuoto da colmare, una sorta di fame intensa che mi appariva innaturale, improvvisa e violenta appena uscivo dall’Hospice (questo mi portava ad avere spuntini di ogni genere in auto, pronti da consumare durante il ritorno a casa). Questo elemento mi sembra ben rappresentare un importante aspetto controtransferale ed un’identificazione di parte mie con i pazienti, ma anche la difficoltà a mentalizzare la miriade di emozioni indigerite ed aspetti non pensati fortemente circolanti nel gruppo.

    L’aspetto che sembra, però, particolarmente presente nel sogno di Marta è quello della negazione esplicita dell’assenza, della perdita e della distruzione della persona amata mediante l’atto di incorporazione del cibo che lo rappresenta. Contemporaneamente, però, il poter ricordare, verbalizzare e condividere il sogno in gruppo facendolo divenire una chiara comunicazione a livello relazionale, rappresenta da parte di Marta il riconoscimento di avere bisogno di aiuto per elaborare la perdita del marito. L’immagine della sorella nel sogno è una trasposizione del gruppo che può aiutarla a vedere e fare i conti con l’assenza. Nel sogno c’è il vuoto, ma c’è anche il pieno, c’è tutta la famiglia che in qualche modo è anche il gruppo: la famiglia di persone che come te hanno perso qualcuno, come sorelle e fratelli accomunati da qualcosa di profondo. Questo mi fa pensare quanto il lavoro del lutto possa avvenire in maniera efficace in un contesto di gruppo a conduzione analitica.

    Nel lavorare in gruppo su questo primo sogno, la mia difficoltà è stata prevalentemente quella di stabilire il vertice attraverso il quale elaborarlo: l’efficacia terapeutica del lavorare attraverso il linguaggio dei sogni in gruppo nasce dalla possibilità individuale di costruire gradualmente un proprio contenitore mentale a partire dall’esperienza di costruzione di un contenitore mentale del gruppo (Notarbartolo, 2001). L’obiettivo è un graduale reinvestimento libidico sul mondo e sulla vita. Questo aspetto fa ripensare agli scritti bioniani nei quali si parla della funzione della memoria che è presente e contemporaneamente assente (presenza/assenza), così come Bion stesso ci ricorda: “Io non posso ricordare ciò che non posso dimenticare”. La possibilità del recupero nel lavoro del lutto è in antitesi con la cristallizzazione della memoria.

    Nel ripensare al primo sogno di questo gruppo chiuso nel 2020 e non ancora ripartito dopo la pandemia, faccio i conti con i miei vissuti luttuosi e con il desiderio di ripresa, collocandomi in una dimensione nostalgica come la definiva Gaburri (1989): “La nostalgia è un momento di dissolvenza dove spazio e tempo possono essere congiunti e trasformati nella narrazione. L’emozione della nostalgia è cesura e sutura col passato riprodotta nel racconto presente, sembra rimandare al futuro del cambiamento. Potremmo definirla una memoria del futuro”.

    In attesa della ripresa, faccio miei versi finali della poesia di Mariangela Gualtieri (2019) non a caso intitolata “Quando non morivo”: “ […] Siamo questo traslare, cambiare posto e nome. Siamo un essere qui, perenne navigare di sostanze da nome a nome. Siamo”.

    Lo spazio onirico come “microclima” del lavoro analitico

    Presenterò di seguito una vignetta clinica proveniente dal lavoro terapeutico che svolgo a tutt’oggi con Luigi, un uomo di ventitre anni che mi contatta circa sei mesi prima della seduta a cui faccio riferimento in questo scritto. Luigi si rivolge ad uno psicoterapeuta perché durante la pandemia è rimasto in quarantena in camera sua ed ha provato una profonda angoscia.

    Durante i primi mesi di terapia rimango in ascolto di sensazioni di freddo che esperisco tramite vissuti somato-psichici: brividi di freddo legati a racconti di ambienti di gioco virtuale dove la temperatura emotiva sembra essere quella dei metalli che compongono l’ambiente fisico dei PC da cui Luigi e i suoi amici si collegano per giocare. Con il tempo inizio ad ipotizzare che questi elementi legati ad una sorta di “raffreddamento” possano in qualche modo mettermi in contatto con parti di Luigi in cui qualcosa è rimasto congelato e che convivono con aspetti più maturi e funzionanti. Anche la stanza di analisi ha temperature diverse: vi sono sedute in cui Luigi parla con un “mono-tono” che raffredda la mia possibilità di interessarmi a quanto portato, come se anche il mio pensare potesse raggelarsi se troppo in contatto con questi nuclei freddi; in altri momenti alcuni miei interventi che esprimono curiosità e interesse mi sembrano introdurre troppo precocemente elementi di vitalità e calore con il rischio di creare un brusco cambiamento termico. Nel corso dei primi mesi di terapia io e Luigi siamo impegnati ad incontrare una temperatura ottimale nella stanza di analisi che può raffreddarsi o scaldarsi a seconda delle sedute e delle parti che di volta in volta mettiamo in gioco.

    Nella vignetta clinica che riporto in questo scritto, racconto un passaggio del lavoro analitico in cui è stato possibile attivare uno stato di rêverie e provare a costruire uno spazio onirico condiviso, a partire da uno stimolo portato dal paziente. Tale momento dell’analisi ha rappresentato una prima esperienza di interscambio riferibile a quanto afferma Civitarese rispetto al lavoro analitico (2013): “L’analisi consiste in un interscambio di stati di rêverie e la creazione di uno spazio onirico condiviso in cui la comunicazione tra inconscio e inconscio abbia luogo in condizioni ideali. Attraverso l’intuizione dei movimenti inconsci della relazione l’analista costruisce le nuove forme simboliche per aiutare l’analizzando ad esprimere emozioni fino ad allora non pensabili, a rendere meno spietato il Super-io e a essere così più pienamente umano”.

    Luigi apre la seduta dicendomi: “La mia vita adesso è molto diversa da prima, non succede niente di eclatante ma non sono neanche più messo come quando sono arrivato qui da lei. La vita va avanti, le mie giornate scorrono una dopo l’altra, lineari, ma almeno il tempo scorre e le giornate passano. È come se fossi fermo ad un certo livello, ma davvero meglio così, meglio di prima. Io so che c’è un piano di sopra dove le cose potrebbero andare meglio, ma preferisco stare qui al primo piano. Qui ci sono arrivato dopo tanta fatica da quella situazione buia, quella che ho vissuto mentre ero in quarantena in camera mia, e piuttosto che rischiare di tornare lì sotto sto bene dove sto. È tutto uguale, mi sveglio, vado al lavoro, la sera torno a casa ed ogni sera cerco di fare qualcosa per svagarmi. Il week-end esco con gli amici e cerco di fare delle cose che mi piacciono. Non penso più come prima che tutto faccia schifo, ma vado avanti e vivo ogni giornata pensando solo a quello che devo fare e cercando di non pensare. A volte neanche me ne accorgo ed è finita la settimana”.

    Io guardo la scrivania bianca che separa me e il paziente: un lungo piano bianco dritto e lucido. Mi sembra di poter camminare con Luigi lungo quel piano.

    L’utilizzo della rêverie e la creazione di una dimensione di scambio che abbia come premessa il poter mettere tra parentesi la realtà esterna, ci permette di sognare insieme quel primo piano ed attraversarlo. Dandoci la possibilità di sognare insieme la seduta, possiamo dare significato al senso del vivere in questo “primo piano”: vivere è come camminare, mettere un piede davanti all’altro così come sono messi in fila, uno dopo l’altro, gli impegni della giornata e della settimana. Anche la terapia, con il suo appuntamento settimanale, si inserisce in questa fila di azioni in cui l’esecuzione sembra proteggere Luigi dal sentire: nessun piacere o dispiacere, ciascun evento scandisce in maniera piatta lo scorrere del tempo che permette di continuare a percorrere il piano di mezzo senza che qualcosa vada storto; ma almeno c’è la sensazione di andare avanti, di produrre un qualche tipo di movimento e non rimanere fermi. Possiamo dare voce alla paura di un mondo tridimensionale, il mondo del piano di sotto in cui Luigi è entrato a contatto con la sua angoscia, ma anche il piano di sopra che seppur sconosciuto è fonte di curiosità e intensa paura: lì ci può essere un vivere che in quanto tale lascia spazio all’ignoto, all’imprevisto ma anche alla ricchezza di un paesaggio tridimensionale che potrebbe riconnettere con una vitalità ancora troppo minacciosa e che in questo momento può essere solo idealizzata e posizionata in un “altrove”.

    Luigi, attraverso la sua narrazione, mi porta in una realtà psichica che associo al mondo piatto e bidimensionale di “Flatlandia” del libro di E.A. Abbott (1993). In questo mondo non è possibile vedere gli oggetti nella propria forma e profondità e per questo motivo ogni elemento, a prescindere dalla sua forma originaria, diventa una linea retta. Trattare quanto porta Luigi come un sogno ci permette di esplorarlo, possiamo attraversare “il primo piano” e sentire alcune sensazioni di freddezza, monotonia e la rassicurazione che fornisce questo mondo in cui è possibile guardare le cose con un’unica rassicurante prospettiva che rende tutto uguale, tutto una linea retta come nel mondo di “Flatlandia”. Questa è una comunicazione rivolta anche a me e un’indicazione per il lavoro terapeutico che forse, nel suo procedere, sta introducendo un’altra dimensione (quella dell’inconscio?) rispetto alla quale Luigi prova allo stesso tempo curiosità e paura e segnala di non sentirsi pronto a spostarsi dal piano in cui si trova.

    Il “primo piano”, che mi riporta al “primo sogno” che ha dato il titolo a questo scritto a sei mani, rappresenta per il lavoro terapeutico con Luigi un momento di sogno condiviso che ci ha permesso di esplorare delle sensazioni fino a quel momento non raggiungibili e di narrare e dare corpo alle emozioni guardandole nelle forme che assumono durante la narrazione e concedendoci di disgelarle momentaneamente e non riportarle immediatamente a delle linee rette.

    Il sogno di presentazione

    Nell’iniziare a scrivere questo breve contributo, mi sono preoccupato di cercare del materiale adatto, come uno studente delle scuole superiori nel leggere la traccia del tema di italiano e di essere aderente al compito come quei pazienti che giungono in studio e si permettono di parlare solo dei propri sintomi. Sono maldestramente inciampato nel fatto che mi siano stati raramente portati dei sogni in seduta, o che perlomeno questi ultimi non abbiano colonizzato la mente del terapeuta.  Tuttavia, un po’ lasciandomi guidare dalle altre mani che hanno battuto questo scritto, un po’ rievocando le mie letture e le acquisizioni in questi anni di IIPG, sono riuscito a guadagnare quel tanto di equilibrio che permettesse alla mente di lasciare una trincea di logica dialettica e di mettersi in movimento. Ribaltando la prospettiva, sono dunque partito dal presupposto che, tentare di distinguere una dimensione onirica autentica da una più raccontata, all’interno della stanza di analisi, sia un intento futile quanto il tracciare, con un bastone di legno, un esatto confine tra il mare e la spiaggia sulla battigia. Si potrebbe anzi azzardare che questo voler trasformare il mare in una piscina sia proprio la morte dell’onirico, allo stesso modo in cui un sogno perde gran parte delle sue potenzialità poietiche (e auto-poietiche) quando viene recintato in una interpretazione satura.  Per questo motivo, ho imparato che chiedere a un paziente di raccontare un sogno anzitempo, magari entusiasmati dalla sua solerzia, è spesso effimero e sterile come una fioritura precoce al sole di marzo. Nonostante un sogno raccontato si guasti “come una bottiglia di champagne aperta”, il contenuto di qualche precoce condivisione verbale, al confine tra sogno e racconto, sembra sopravvivere nel terreno semi-congelato delle prime sedute, forse protetto dalla continuità delle cure del duo terapeuta-paziente. Ho notato che alcuni pazienti, nel corso di una delle prime sedute, tendono a portare dei sogni che ho pensato di chiamare “sogni di presentazione”. Ho scelto questo nome perché si potrebbe considerarli quasi come un biglietto da visita da consegnare al terapeuta, contenente una weltanschauung, un conflitto incistato, un mito familiare, o una particella di funzionamento mentale del paziente. Allo stesso tempo, provenendo dai tempi dell’infanzia o della prima adolescenza, sono anche sogni di presentazione a se stessi, dei tentativi di rap-presentazione di una identità in formazione. Essi spesso si mostrano a un primo sguardo come un vecchio dizionario di latino sul quale al contenuto originario si sono sovrapposti migliaia di appunti aggiunti di generazione in generazione. Questi sogni/racconti, lanciati come semi nel campo tra terapeuta e paziente, dopo essere rimasti dormienti per mesi o anche anni, tendono a generare nuovi pensieri, insight e trasformazioni. A volte, pur continuando a rimanere sotterranei, proseguono a generare a più riprese come fanno i bulbi, se nutriti dalle radici di una buona relazione. Quando accolti, agiscono come un vaccino (ormai il Covid permea anche le nostre metafore) che stimola nel terapeuta una produzione di “anticorpi” che lo predispone a entrare in contatto con il mondo interno dell’altro, tenendolo pronto a possibili evoluzioni della relazione con lui. Possiamo supporre che, tra le altre cose, suggeriscano anche uno o più ruoli che vengano attribuiti al clinico dalle aspettative, o meglio dai desideri, del paziente. Il sogno, nel gruppo come nella situazione duale, non appartiene mai al sognatore e la sua condivisione contiene sempre una componente relazionale e taumaturgica, fin dai tempi degli Asclepiadi dell’antica Grecia (Corrao, 1982). Non è solo il sogno a trasformarsi mentre viene rievocato e raccontato, come sosteneva Freud fin dal principio (Freud, 1899) ma è anche il sistema terapeuta paziente che si trasforma attraverso la narrazione e, grazie a questa trasformazione, si apre a nuove narrazioni e significati (Corrao, 1991). Ad ogni modo, la potenza trasformativa dei sogni di presentazione potrebbe andare ben oltre la valenza terapeutica del raccontarsi raccontandoli. Essi non vanno interpretati, pena il rischio di sfrondarne le possibilità, ma lasciati fluire (Ogden, 2003) e crescere, come un rizoma a cui attingere a più riprese con la memoria sognante (Bion, 1973). Dove c’è un racconto di un sogno, anche quando si è in due (parafrasando Corrao, analista e paziente sono due gruppi che si incontrano), potremmo dire che c’è sempre, in un certo senso, un “social dreaming.”

    All’inizio della nostra terapia, Lorenzo mi racconta un sogno: “Mi ricordo di questo sogno che ho fatto diversi anni fa, credo quando ero in prima superiore: mi trovavo in una piscina, di quelle olimpioniche con trampolini e corsie, ed ero ai blocchi pronto a tuffarmi. Dovevo gareggiare contro alcuni amici di mio padre, uomini adulti. Ero piuttosto agitato. Non appena mi sono tuffato in acqua al via, mio padre ha liberato uno squalo nella piscina perchè mi divorasse, con l’intento di non far vincere me ma i suoi amici. Alla fine, mi pare che lo squalo mi prendesse pure, al che io mi sono svegliato di soprassalto.”

    Un sogno di presentazione che contiene, come delle matrioske, diversi livelli: dalle dinamiche intrapsichiche a quelle relazionali e famigliari, dagli aspetti transgenerazionali al qui e ora della seduta. Questo sogno di presentazione, conservato con cura nella memoria del paziente per molti anni, permea ancora l’atmosfera della terapia: tornerà a più riprese a volte rievocato dal paziente stesso, a volte comparendo nella mente del terapeuta come una “bussola relazionale”. Pur mantenendo un filo comune, un mitologhema (Sapienza e Tenerini, 2019), ogni volta il sogno assume nuovi significati, complice una visione “binoculare” (Bion. 1975 a) che permette di assumere diverse chiavi di lettura che non si escludono a vicenda, senza irrigidirsi su di uno scenario piuttosto che un altro. Come in un caleidoscopio, nel sogno di Lorenzo nel corso del tempo si sono succedute tante letture: da una scena edipica dove domina il tema della competizione, alla presenza di un super-io primitivo e sadico, da eredità transgenerazionali, a una diversa interpretazione in cui è il paziente stesso, identificandosi con un padre onnipotente, a liberare lo squalo per liberarsi della dipendenza dagli altri e della propria parte bisognosa; ora, che la terapia sembra essere entrata in una seconda fase, mi sembra utile leggere in questo sogno l’ambivalente desiderio del paziente di gettarsi nella “piscina” della terapia e di venir “sbranato” (fatto a brani) da una posizione depressiva che farebbe crollare una fragile facciata grandiosa difensiva. Più avanti, potrebbe sopraggiungere un’altra lettura. Il sogno di presentazione, così come i sogni in generale, non è da usare come un grimaldello che forzi le porte del paziente, ma viene di tanto in tanto richiamato dalla memoria sognante del terapeuta di modo che non opacizzi l’osservazione nel qui e ora. Insomma, questo sogno potrebbe essere un po’ considerato come un ritratto di Dorian Gray della coppia terapeuta-paziente, senza i connotati negativi che assume nell’opera di Wilde, che si può tornare a guardare ogni tanto per scoprire particolari sempre nuovi.

    Bibliografia

    • Abbot E.A. (1993) Flatlandia. Racconto Fantastico a più dimensioni, Ed. Adelphi
    • Bion W.R. (1973) Attenzione e Interpretazione, Armando Editore
    • Civitarese G. (2013) Il sogno necessario. Nuove teorie e tecniche dell’interpretazione in psicoanalisi, Ed. Franco Angeli
    • Freud S. (1913) Totem e tabù (in: “Opere” vol. 7), Ed. Boringhieri
    • Grinberg L. (1971) Colpa e depressione, Ed. Astrolabio
    • Neri C. (1998) Gruppo, Ed. Borla
    • Notarbartolo B. (2001) Sull’analisi del sogno individuale nel contesto gruppale (in: Koinos: gruppo e funzione analitica), Ed. Borla
    • Ogden T. H.(2003) Conversazioni al Confine del Sogno, Ed. Astrolabio
    • Sapienza S., Tenerini A. (2018) Freud, Bion, Matte Blanco e l’arco di Filottete. Mito, clinica e ricerca in psicoanalisi, Armando Editore
    • Vecchio S. (a cura di) (1989) Nostalgia scritti psicoanalitici, Ed. Lubrina
  • UNA LUCE DALL’ALT(r)O

    UNA LUCE DALL’ALT(r)O

    Questo lavoro introduce degli spunti di riflessione relativi ai mutamenti caratterizzanti l’esperienza clinica recente, che volutamente restano anche dei punti di domanda data la complessità della situazione in cui ci stiamo muovendo. L’esperienza della pandemia ha rappresentato un primum movens verso il riconoscere e trattare nuove modalità di espressione della sofferenza psichica e di accesso al percorso terapeutico, esponendo il terapeuta a riadattamenti clinici necessari, all’interno di una cornice di emergenza sociale condivisa.

    Accesso ed eccesso di sofferenza, mutazione e mutilazione del setting

    Alcuni miei pazienti giovani adulti, apparentemente ben funzionanti all’interno del loro contesto sociale, in parte grazie ad impalcature narcisistiche ipomaniacali, sembrano essere entrati violentemente in contatto con la posizione depressiva (Bion, 1962) in concomitanza allo stop forzato imposto dai lockdown, sentendosi temporaneamente senza via di scampo.


    Immaginando un ipotetico continuum sul quale si potrebbero distribuire questa tipologia di
    pazienti, esso sarebbe composto di un estremo con una composizione più “friabile”, caratterizzata da una deflagrazione di sintomatologie ansiose e somatiche, e da un estremo più “compatto”, rappresentante di una fragilità forse meno evidente che ha invece, proprio grazie al generale rallentamento, avuto un’occasione per accedere ad aree di sofferenza prima trascurate e dimenticate.


    Come esponente dell’estremo del continuum dove la sofferenza è più manifesta, porto l’esempio di S., uno studente fuori sede obbligato dalle circostanze a tornare nel paese d’origine dove, costretto tra le mura della casa paterna, si ritrova forzatamente a confronto con l’estrema instabilità delle stesse e con il fantasma di un futuro che si manifesta come una potente alluvione, dalla quale esse non riescono a proteggerlo, facendo emergere un annichilente vissuto di insicurezza che causa insonnia e attacchi d’ansia.


    La pandemia irrompe durante un difficile e controfobico tentativo di emancipazione da un gruppo primario (Corbella, 2003) carente che lo fa andare clamorosamente in pezzi, scatenando fantasie del tipo “ho perso il mio treno” e da un generale senso di fallimento. In un momento di insicurezza generale, risulta doppiamente difficile per il terapeuta svolgere quella funzione di contenitore (Bion, 1962) che ha anche il compito di impedire la propagazione di angosce, consce e inconsce, di contagio reale e di contagio emotivo. L’aver ricevuto la mia dose di vaccino, ha funzionato da “argine tecnologico” ed è stata un’iniezione di fiducia anche nella coppia terapeuta-paziente, permettendo che la situazione d’impasse si sbloccasse. 

    L’affidarsi ai progressi della scienza, alle possibilità che essa ci offre, è in questo caso parallelo ad affidarsi alle capacità di progredire del paziente, all’interno sia della relazione terapeutica che nel suo percorso di transizione verso l‘età adulta.
    Il fatto che siano stati definitamente varati il supporto psicologico e la psicoterapia online, prima visti con una certa diffidenza sia dai pazienti che dai professionisti stessi, ha favorito l’accesso agli appartenenti all’altro estremo del nostro continuum, persone che prima “non avrebbero mai trovato il tempo per certe cose”.
    Come ad esempio V., giovane uomo apparentemente occupatissimo dai suoi impegni di lavoro ma soprattutto dalla continua e faticosa manutenzione del suo complesso sistema di difese contro la dipendenza e l’angoscia abbandonica. Solo dopo mesi di terapia online, prima modalità obbligata in pieno lockdown e successivamente via preferenziale d’incontro per lui, perché meno “impattante” sulla sua routine settimanale, sta iniziando a sperimentare la propria ambivalenza nei confronti dell’introduzione di alcune sedute dal vivo: l’eccitazione e la paura, la loro non maggiore ma sicuramente diversa ricchezza. 

    Mi sono chiesto quanto le nuove declinazioni del setting, a cui stiamo andando incontro, possano acquisire ancora più rilevanza quando si ha in trattamento un paziente con tratti narcisistici. Le sedute online, in cui quest’ultimo non deve uscire dal suo mondo/stanza per entrare nel nostro studio, possono facilitare l’aggancio ma rendono forse più difficile introdurre la dimensione dell’alterità e del relativismo nel suo mondo cristallizzato (Mancia, 2010)? Lo fanno sentire più protetto e più visto o il contrario? Forse avvengono entrambe le cose. “Quando facciamo le video chiamate, i nostri occhi non si incontrano mai davvero: dovremmo guardare entrambi nella telecamera ma così non ci vedremmo,” mi dice una volta V; guardarsi senza vedersi, stare con gli altri senza un vero contatto, senza vivere con loro. La piattaforma digitale diventa una simulazione virtuale dell’esperienza narcisistica.

    L’online, che potrebbe essere vissuto come una ferita narcisistica (Kohut, 1972, in Mancia 2010) da parte del terapeuta come del paziente, può essere anche una protezione per la coppia terapeutica: la webcam non è certo l’acqua cristallina in cui Narciso si rispecchia, si perde e affoga; questa opacità, l’asincronia, il lag tra voce e video e i rallentamenti dovuti alla connessione, creano una frattura che introduce inevitabilmente una terzietà nel campo. 

    Una presenza che, se accolta e non scacciata con imbarazzo, può fungere da totem (Freud, 1913) che ci ancora alla realtà, non solo impedendo una nefasta fusionalità laddove se ne corra il rischio, ma ricordandoci che la stanza di analisi è un oggetto appartenente al mondo reale e non un luogo al di là del tempo e dello spazio.

    L‘esperienza personale di questi miei pazienti potrebbe riflettere una situazione generale, nella quale sono proprio i giovani adulti, con meno esperienza di vita alle spalle e in una fase di vita che dovrebbe essere di massima espansione, ad aver risentito maggiormente di questa temporalità interrotta. Il venir meno delle occasioni di socialità, di svago e della possibilità di incontrare persone significative parrebbe comportare anche un restringimento del campo d’azione della mente, la quale si aggrappa disperata alla realizzazione individuale, alla carriera, alle relazioni strette, comprensibilmente nel tentativo di compensare la precarietà del mondo esterno, l’inaccessibilità di molte esperienze, quella fallace promessa di infinite possibilità.

    Forse anche per alcuni di noi il rapporto con pazienti assume una diversa valenza, ora che
    giocoforza anche la nostra socialità risulta inibita, perlomeno nelle sue forme più tradizionali? Il nostro studio, reale o virtuale, può a volte diventare una scialuppa di salvataggio anche per il terapeuta che trova sollievo reggendosi ancor più saldamente alla propria identità lavorativa, quella meno sconvolta rispetto dalle turbolenze di questa tempesta. Pur non essendo per forza un male, bisogna evitare che essa si trasformi in una scialuppa-capsula rinchiusa in una propria dimensione, sempre più lontana dal reale, nella quale ci si può perdere ad analizzarne minuziosamente un interno fatto di catene di associazioni senza fine, forse catene di dissociazioni.

    Gli echi del mondo esterno, che giungono forti e invadenti ora più che mai sotto forma di fatiche, nostre e dei nostri pazienti, non vanno respinti come elementi estranei al campo analitico. Al contrario, penso vadano accolti come schiaffi di acqua salata in faccia che, anche se non proprio dissetanti, ci mantengono svegli e ci ricordano che il nostro compito non è quello di stare al centro di un laboratorio magico, indifferente alle circostanze, ma di tenere a galla questa scialuppa di pensiero che sale e scende tra le onde, per poi insegnare questa arte di timonieri ai nostri pazienti, così da governare nei limiti del possibile le loro vite.

    A partire dalla mia doppia esperienza come terapeuta e analizzando in formazione, mi sono
    interrogato se non possa esserci il rischio di trasformarsi in novelli Procuste che, armati di sega e corde, segano lo stirano il setting, già di suo più duttile, per adattarlo alle misure del paziente o alle proprie.
    Come terapeuta mi sono trovato combattuto. Da una parte mi si è manifestato il bisogno di
    mantenere una certa rigidità, dando preferenza agli incontri dal vivo, come forma di tutela di
    quella asimmetria concreta, fatta di luoghi e oggetti, o di non-luoghi e non-oggetti, che posso controllare e scegliere di far vedere nel mio studio, forma che si erge contro le mie insicurezze da terapeuta agli esordi della sua carriera professionale. Dall’altra, la possibilità di fare sedute online è stata sostenuta dalla mia curiosità nei confronti dell’universo del paziente e di provare un nuovo modo di vederci reciprocamente e un po‘ anche dalla volontà di poter andare incontro alle sue richieste, quando ragionevoli. Quando queste ultime invece coincidono anche con certe comodità del terapeuta, bisogna tenere più alta la guardia: online è più facile chiudere i microfoni che ci mettono in allarme su un possibile rischio di collusione. 

    Come comportarsi,, ad esempio quando un paziente chiede di spostare una seduta online e noi siamo perfettamente in grado di farlo, specie tenendo conto della minor fatica organizzativa?
    Certamente è da valutare caso per caso ma questa domanda è soprattutto una provocazione volta a far riflettere su come le nuove evoluzioni del setting possano spingerci a venire incontro ai nostri pazienti e/o a certi nostri bisogni più o meno consapevolmente. 

    Se da una parte c’è il rischio, con pazienti particolarmente evoluti, che certi “acting out” passino in secondo piano nel nome del nuovo che avanza, dall’altra questo set modificabile, un po’ come un coltellino multiuso, può aiutare a trarsi d’impaccio in alcune situazioni. Pur essendo a volte mentalmente faticoso per il terapeuta, l’uso sapiente di questo strumento “taglia e cuci” può essere di grande aiuto con certi pazienti che rifuggirebbero un setting più “standard” e rigoroso. Non sempre certe richieste corrispondono ad eventuali resistente e caratteristiche patologiche della personalità.

    Non dobbiamo trascurare l’influenza del dato di realtà di un mondo sempre più “liquido”
    (Bauman, 2005), in cui la crisi economica e sociale rende difficile mantenere una quotidianità regolare, un lavoro con orari fissi, una previsione delle ferie o introiti economici garantiti.
    Inoltre ritengo che, persino nel corso di una terapia con lo stesso paziente, il setting dal vivo e quello online possano essere interpretati non in un dualismo manicheo ma come due aspetti che, se ben integrati, possono fornirci più chiavi di lettura del mondo del paziente, come ad esempio poter osservare il suo funzionamento in ambienti diversi, oppure come strumento per rinforzare l’alleanza con lui. Si pensi, ad esempio, all’utilità di vedere un nuovo paziente con la mascherina indossata o senza e di come, in questo momento, ciò sia possibile solo con le sedute a distanza.

    Certamente, come dicevo prima, il grado di consapevolezza deve essere maggiore, pena gesti grossolani e non pensati che provocano frane sul percorso terapeutico. Se, al contrario, ogni movimento viene argomentato e significato con il paziente o con il gruppo, il lettino del nostro studio non sarà quello del brigante Procuste ma quello accogliente di un padrone di casa attento al cambiamento.