Questo lavoro introduce degli spunti di riflessione relativi ai mutamenti caratterizzanti l’esperienza clinica recente, che volutamente restano anche dei punti di domanda data la complessità della situazione in cui ci stiamo muovendo. L’esperienza della pandemia ha rappresentato un primum movens verso il riconoscere e trattare nuove modalità di espressione della sofferenza psichica e di accesso al percorso terapeutico, esponendo il terapeuta a riadattamenti clinici necessari, all’interno di una cornice di emergenza sociale condivisa.
Accesso ed eccesso di sofferenza, mutazione e mutilazione del setting
Alcuni miei pazienti giovani adulti, apparentemente ben funzionanti all’interno del loro contesto sociale, in parte grazie ad impalcature narcisistiche ipomaniacali, sembrano essere entrati violentemente in contatto con la posizione depressiva (Bion, 1962) in concomitanza allo stop forzato imposto dai lockdown, sentendosi temporaneamente senza via di scampo.
Immaginando un ipotetico continuum sul quale si potrebbero distribuire questa tipologia di
pazienti, esso sarebbe composto di un estremo con una composizione più “friabile”, caratterizzata da una deflagrazione di sintomatologie ansiose e somatiche, e da un estremo più “compatto”, rappresentante di una fragilità forse meno evidente che ha invece, proprio grazie al generale rallentamento, avuto un’occasione per accedere ad aree di sofferenza prima trascurate e dimenticate.
Come esponente dell’estremo del continuum dove la sofferenza è più manifesta, porto l’esempio di S., uno studente fuori sede obbligato dalle circostanze a tornare nel paese d’origine dove, costretto tra le mura della casa paterna, si ritrova forzatamente a confronto con l’estrema instabilità delle stesse e con il fantasma di un futuro che si manifesta come una potente alluvione, dalla quale esse non riescono a proteggerlo, facendo emergere un annichilente vissuto di insicurezza che causa insonnia e attacchi d’ansia.
La pandemia irrompe durante un difficile e controfobico tentativo di emancipazione da un gruppo primario (Corbella, 2003) carente che lo fa andare clamorosamente in pezzi, scatenando fantasie del tipo “ho perso il mio treno” e da un generale senso di fallimento. In un momento di insicurezza generale, risulta doppiamente difficile per il terapeuta svolgere quella funzione di contenitore (Bion, 1962) che ha anche il compito di impedire la propagazione di angosce, consce e inconsce, di contagio reale e di contagio emotivo. L’aver ricevuto la mia dose di vaccino, ha funzionato da “argine tecnologico” ed è stata un’iniezione di fiducia anche nella coppia terapeuta-paziente, permettendo che la situazione d’impasse si sbloccasse.
L’affidarsi ai progressi della scienza, alle possibilità che essa ci offre, è in questo caso parallelo ad affidarsi alle capacità di progredire del paziente, all’interno sia della relazione terapeutica che nel suo percorso di transizione verso l‘età adulta.
Il fatto che siano stati definitamente varati il supporto psicologico e la psicoterapia online, prima visti con una certa diffidenza sia dai pazienti che dai professionisti stessi, ha favorito l’accesso agli appartenenti all’altro estremo del nostro continuum, persone che prima “non avrebbero mai trovato il tempo per certe cose”.
Come ad esempio V., giovane uomo apparentemente occupatissimo dai suoi impegni di lavoro ma soprattutto dalla continua e faticosa manutenzione del suo complesso sistema di difese contro la dipendenza e l’angoscia abbandonica. Solo dopo mesi di terapia online, prima modalità obbligata in pieno lockdown e successivamente via preferenziale d’incontro per lui, perché meno “impattante” sulla sua routine settimanale, sta iniziando a sperimentare la propria ambivalenza nei confronti dell’introduzione di alcune sedute dal vivo: l’eccitazione e la paura, la loro non maggiore ma sicuramente diversa ricchezza.
Mi sono chiesto quanto le nuove declinazioni del setting, a cui stiamo andando incontro, possano acquisire ancora più rilevanza quando si ha in trattamento un paziente con tratti narcisistici. Le sedute online, in cui quest’ultimo non deve uscire dal suo mondo/stanza per entrare nel nostro studio, possono facilitare l’aggancio ma rendono forse più difficile introdurre la dimensione dell’alterità e del relativismo nel suo mondo cristallizzato (Mancia, 2010)? Lo fanno sentire più protetto e più visto o il contrario? Forse avvengono entrambe le cose. “Quando facciamo le video chiamate, i nostri occhi non si incontrano mai davvero: dovremmo guardare entrambi nella telecamera ma così non ci vedremmo,” mi dice una volta V; guardarsi senza vedersi, stare con gli altri senza un vero contatto, senza vivere con loro. La piattaforma digitale diventa una simulazione virtuale dell’esperienza narcisistica.
L’online, che potrebbe essere vissuto come una ferita narcisistica (Kohut, 1972, in Mancia 2010) da parte del terapeuta come del paziente, può essere anche una protezione per la coppia terapeutica: la webcam non è certo l’acqua cristallina in cui Narciso si rispecchia, si perde e affoga; questa opacità, l’asincronia, il lag tra voce e video e i rallentamenti dovuti alla connessione, creano una frattura che introduce inevitabilmente una terzietà nel campo.
Una presenza che, se accolta e non scacciata con imbarazzo, può fungere da totem (Freud, 1913) che ci ancora alla realtà, non solo impedendo una nefasta fusionalità laddove se ne corra il rischio, ma ricordandoci che la stanza di analisi è un oggetto appartenente al mondo reale e non un luogo al di là del tempo e dello spazio.
L‘esperienza personale di questi miei pazienti potrebbe riflettere una situazione generale, nella quale sono proprio i giovani adulti, con meno esperienza di vita alle spalle e in una fase di vita che dovrebbe essere di massima espansione, ad aver risentito maggiormente di questa temporalità interrotta. Il venir meno delle occasioni di socialità, di svago e della possibilità di incontrare persone significative parrebbe comportare anche un restringimento del campo d’azione della mente, la quale si aggrappa disperata alla realizzazione individuale, alla carriera, alle relazioni strette, comprensibilmente nel tentativo di compensare la precarietà del mondo esterno, l’inaccessibilità di molte esperienze, quella fallace promessa di infinite possibilità.
Forse anche per alcuni di noi il rapporto con pazienti assume una diversa valenza, ora che
giocoforza anche la nostra socialità risulta inibita, perlomeno nelle sue forme più tradizionali? Il nostro studio, reale o virtuale, può a volte diventare una scialuppa di salvataggio anche per il terapeuta che trova sollievo reggendosi ancor più saldamente alla propria identità lavorativa, quella meno sconvolta rispetto dalle turbolenze di questa tempesta. Pur non essendo per forza un male, bisogna evitare che essa si trasformi in una scialuppa-capsula rinchiusa in una propria dimensione, sempre più lontana dal reale, nella quale ci si può perdere ad analizzarne minuziosamente un interno fatto di catene di associazioni senza fine, forse catene di dissociazioni.
Gli echi del mondo esterno, che giungono forti e invadenti ora più che mai sotto forma di fatiche, nostre e dei nostri pazienti, non vanno respinti come elementi estranei al campo analitico. Al contrario, penso vadano accolti come schiaffi di acqua salata in faccia che, anche se non proprio dissetanti, ci mantengono svegli e ci ricordano che il nostro compito non è quello di stare al centro di un laboratorio magico, indifferente alle circostanze, ma di tenere a galla questa scialuppa di pensiero che sale e scende tra le onde, per poi insegnare questa arte di timonieri ai nostri pazienti, così da governare nei limiti del possibile le loro vite.
A partire dalla mia doppia esperienza come terapeuta e analizzando in formazione, mi sono
interrogato se non possa esserci il rischio di trasformarsi in novelli Procuste che, armati di sega e corde, segano lo stirano il setting, già di suo più duttile, per adattarlo alle misure del paziente o alle proprie.
Come terapeuta mi sono trovato combattuto. Da una parte mi si è manifestato il bisogno di
mantenere una certa rigidità, dando preferenza agli incontri dal vivo, come forma di tutela di
quella asimmetria concreta, fatta di luoghi e oggetti, o di non-luoghi e non-oggetti, che posso controllare e scegliere di far vedere nel mio studio, forma che si erge contro le mie insicurezze da terapeuta agli esordi della sua carriera professionale. Dall’altra, la possibilità di fare sedute online è stata sostenuta dalla mia curiosità nei confronti dell’universo del paziente e di provare un nuovo modo di vederci reciprocamente e un po‘ anche dalla volontà di poter andare incontro alle sue richieste, quando ragionevoli. Quando queste ultime invece coincidono anche con certe comodità del terapeuta, bisogna tenere più alta la guardia: online è più facile chiudere i microfoni che ci mettono in allarme su un possibile rischio di collusione.
Come comportarsi,, ad esempio quando un paziente chiede di spostare una seduta online e noi siamo perfettamente in grado di farlo, specie tenendo conto della minor fatica organizzativa?
Certamente è da valutare caso per caso ma questa domanda è soprattutto una provocazione volta a far riflettere su come le nuove evoluzioni del setting possano spingerci a venire incontro ai nostri pazienti e/o a certi nostri bisogni più o meno consapevolmente.
Se da una parte c’è il rischio, con pazienti particolarmente evoluti, che certi “acting out” passino in secondo piano nel nome del nuovo che avanza, dall’altra questo set modificabile, un po’ come un coltellino multiuso, può aiutare a trarsi d’impaccio in alcune situazioni. Pur essendo a volte mentalmente faticoso per il terapeuta, l’uso sapiente di questo strumento “taglia e cuci” può essere di grande aiuto con certi pazienti che rifuggirebbero un setting più “standard” e rigoroso. Non sempre certe richieste corrispondono ad eventuali resistente e caratteristiche patologiche della personalità.
Non dobbiamo trascurare l’influenza del dato di realtà di un mondo sempre più “liquido”
(Bauman, 2005), in cui la crisi economica e sociale rende difficile mantenere una quotidianità regolare, un lavoro con orari fissi, una previsione delle ferie o introiti economici garantiti.
Inoltre ritengo che, persino nel corso di una terapia con lo stesso paziente, il setting dal vivo e quello online possano essere interpretati non in un dualismo manicheo ma come due aspetti che, se ben integrati, possono fornirci più chiavi di lettura del mondo del paziente, come ad esempio poter osservare il suo funzionamento in ambienti diversi, oppure come strumento per rinforzare l’alleanza con lui. Si pensi, ad esempio, all’utilità di vedere un nuovo paziente con la mascherina indossata o senza e di come, in questo momento, ciò sia possibile solo con le sedute a distanza.
Certamente, come dicevo prima, il grado di consapevolezza deve essere maggiore, pena gesti grossolani e non pensati che provocano frane sul percorso terapeutico. Se, al contrario, ogni movimento viene argomentato e significato con il paziente o con il gruppo, il lettino del nostro studio non sarà quello del brigante Procuste ma quello accogliente di un padrone di casa attento al cambiamento.

